Immagine notturna dell'Etna in eruzione

L’Etna, chiamato anche Mongibello, è il vulcano attivo più alto d’Europa (3300 metri il cratere nord est), una montagna conica imponente che si innalza dal livello del mare a nord di Catania, con un perimetro di base di circa 180 km, limitata a nord dal fiume Alcantara, a ovest dal fiume Simeto, a sud dalla piana di Catania e a est dal Mare Ionio. Sin dall’antichità ha attirato la curiosità e suscitato il timore delle popolazioni che vivevano nelle vicinanze o alle sue pendici con la nascita di leggende che tentavano di spiegare i fenomeni naturali terrificanti cui dava luogo. 

Numerosi gli autori che dopo Bembo, hanno descritto il vulcano e tentato di piegarlo: Filoteo degli Homodei, Tommaso Fazello, Athanasius Kircher, Giuseppe Recupero, Francesco Ferrara, ma la vera comprensione del fenomeno Etna comincia con gli studi di Carlo Gemellaro e prosegue con quelli di Sartorius von Waltershausen per finire con Alfred Rittmann e la schiera di ricercatori del Dipartimento di Scienze Geologiche dell’Università e dell’Istituto Internazionale di Vulcanologia del C.N.R. di Catania. 

L’Etna è attualmente un vulcano  a condotto aperto, caratterizzato da una più o meno continua degassazione ai crateri sommitali (attività persistente) con intercalati periodi di attività parossistica, per lo più riferibili ad eruzioni di tipo laterale in cui il magma fuoriesce dando luogo a colate laviche. Una tipica colata etnea consta di una zona iniziale, ove uno o più conetti di scorie sono di solito allineati lungo una fenditura, e alla base del conetto a quota inferiore si apre la bocca effusiva, cioè l’inizio vero e proprio della colata. Molte delle eruzioni laterali del “Mongibello Recente” sono storicamente documentate fin da tempi remoti e ciò permette di avere un quadro cartografico piuttosto esauriente. L’analisi dei numerosi dati sismologici, geologici e petrologici ha permesso di avanzare ipotesi sulla conformazione del sistema di alimentazione del vulcano e sulla natura degli strati inaccessibili su cui insiste fino alla zona sorgente del magma. 

Oltre 500.000 anni fa l’Etna non esisteva, e la linea di costa era spostata nell’entroterra rispetto a quella attuale formata formando l’ampio Golfo Pre-Etneo. Le coltri appenniniche degradavno verso il mare secondo un sistema di faglie diretto NW-SE, alcune delle quali hanno permesso la risalita del magma basaltico dalla profondità del mantello terrestre, in un periodo di tempo compreso tra 580.000 e 460.000 anni or sono ad est e 250-320.000 ad ovest. Ad est il magma è affiorato sul fondo marino o si è intruso tra gli strati argillosi del fondale formando uno o più filoni strato. I resti di quest’attività sono ora evidenti nei faraglioni di Acitrezza, nella rupe di Acicastello e nelle colline circostanti.

Ad ovest si è formato un edificio a scudo in ambiente subaereo, ora quasi interamente ricoperto dalle manifestazioni vulcaniche successive, tranne zone marginali affioranti lungo il corso del fiume Simeto, tra Adrano e Biancavilla. Queste formazioni vengono dette Tholeiti bbasali a motivo dell’affinità chimica del magma basaltico che ha dato luogo a questa attività.

Dopo una stasi dell’attività vulcanica di circa 90.000 anni, ove sono prevalsi i processi distruttivi, si sono avute manifestazioni effusive basaltiche in diversi punti dell’attuale area etnea: si formavano piccoli edifici vulcanici i cui resti vengono attualmente indicati come: “Centri Alcalini Antichi”. Questo nome prende ancora spunto dall’affinità chimica alcalino-sodica del magma eruttato che rimarrà eruttato che rimarrà immutato fino ad oggi.

L’attività dei suddetti centri si è protratta fino a circa 115.000 anni fa. Si è poi formato un grosso edificio nella zona centrale dell’attuale Valle del Bove (da 80.000 a 63.000 anni or sono) e, dopo il suo collasso, seguì un periodo di stasi dei fenomeni eruttivi, ripresi circa 36.000 anni or sono con la formazione di un imponente edificio detto “Mongibello Antico” o “Ellittico”. Risale a 15.000 anni or sono il collasso dell’Ellittico dando luogo ad un’ampia caldera, il cui orlo settentrionale è ancora oggi ben visibile nell’area sommitale (Caldera dell’Ellittico), sui cui resti si formò l’attuale edificio vulcanico detto “Mongibello Recente”. 

L’attuale Cono Sommitale dell’Etna si eleva da una base pianeggiante ubicata a circa 3000 metri sul livello del mare per circa 340 metri formatosi in seguito in seguito ad un modesto collasso calderico del “Mongibello Recente” (Caldera del Piano) ed è composto da quattro crateri eruttivi, due dei quali da quasi da quasi due secoli formano ad est la Voragine, chiamata anche Cratere Centrale. La Bocca Nuova, invece si è formata nel 1968. allargandosi via via fino a raggiungere l’attuale diametro di circa 300 metri. Sui pavimenti temporanei si possono formare conetti di scorie in seguito ad attività esplosiva di tipo stromboliano o bocche a pozzo, che danno luogo ad emissioni di gas incandescenti. Il pennacchio bianco di vapore che si vede talora elevarsi dai crateri sommitali è dovuto a condensa atmosferica in seguito alle emissioni di gas incandescenti.

Il Cratere Subterminale di nord-est si è formato nel 1911, ha superato in altezza il Recinto Craterico principale ed è caratterizzato attività intracraterica di tipo stromboliano, talora con esplosioni parossistiche e colate da tracimazione. Questo cratere, quasi continuamente in attività dal 1911 al 1971, è ora quasi quiescente. 

Il Cratere Subterminale di sud-est si aperto nel 1971, ma le prime significative manifestazioni eruttive decorrono dal 1978. Anche questo cratere è stato per alcuni anni una struttura depressa sul fianco del Cono Principale, ma nel 1984 era già evidente la conformazione a cono che è stato totalmente ricoperto da un altro di dimensioni più ampie in seguito all’attività del 1989. Recentemente questo cratere ha dato luogo ad intensa attività stromboliana intercalata da imponenti fontane di lava e diverse tracimazioni laviche. Ai piedi del Cratere di sud-est, verso sud, si è formato nel 2001 un ulteriore piccolo cono di scorie, il cosiddetto Sudestino. Non meno stupore e meraviglia suscita la ricchezza paesaggistica e naturalistica dell’Etna, differente a seconda delle zone ambientali, con le sue rigogliose campagne boschive – adattate dall’uomo e colture redditizie quali la vite, l’olivo, gli agrumi, i frutteti e il pistacchio – che contrastano con la desolazione delle “sciare”, le quali tuttavia subiscono una metamorfosi durante la fioritura di alcune specie endemiche. Il fertile campus aetneus celebrato dagli antichi, ricoperto da lecceti, da boscaglie di bagolaro, una sorta di olmo, carpineto, a quote superiori (100(150 metri) cede a piente, betulle e ai castagni fra arbusteti di ginestre, per assumere quindi le caratteristiche dell’astragalo, dalla saponaria fino a diradarsi e a costituirsi unicamente unicamente da piante che sopportano intensi freddi invernali e siccità estiva come il Senecio aetnensis o il Cerastium aetneum. Dal 1987 l’Etna, con il suo prezioso patrimonio naturalistico, la fitta vegetazione arborea e una fauna sempre più in estinzione, meta di studiosi, turisti e curiosi è diventato Parco Naturale.

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